Cos'è la Musicoterapia

 

Il termine Musicoterapia deriva dalla fusione di due forme della capacità espressiva dell’essere umano: l’arte della musica e l’arte del curare.

La Musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e residue dell'individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l'integrazione intra e interpersonale, migliorando così la propria qualità della vita.

Si tratta quindi di una disciplina specialistica di carattere preventivo, educativo, terapeutico e socio-riabilitativo che utilizza l’espressione musicale in quanto forma di comunicazione non-verbale, come strumento per intervenire sulla sofferenza e il disagio. L’utenza può essere costituita dal soggetto normale o affetto da handicap fisico o mentale, da deficit sensoriale, da disturbi della comunicazione e della personalità, dalla sindrome autistica, asperger, tourette, schizofrenico. Il setting, individuale o di gruppo, può accogliere sia adulti che bambini.

La musica è un mezzo di comunicazione anche là dove le parole divengono inaccessibili; essa viene proposta come mezzo per la stimolazione e lo sviluppo di funzioni quali l’affettività, la motricità, il linguaggio, ect.

L’elemento importante all’interno della definizione della musicoterapia è la centralità del rapporto che si stabilisce tra utente e musicoterapeuta, dove il linguaggio per comunicare è quello dei suoni.

La situazione terapeutica si avvale perciò di una comunicazione agita prevalentemente attraverso il linguaggio non-verbale della musica, in cui per "musica" s’intende l’intero mondo del suono nella sua complessità:

la musica, il suono/ritmo, il suono/movimento, la vocalità e il silenzio.

I principi-base della pratica musicoterapica sono:

- il lavoro è centrato sulle "parti sane" della persona e sulla valorizzazione di tutte le sue potenzialità residue (l’utente è parte attiva della terapia);

- la centralità del rapporto di fiducia e l’accettazione incondizionata rispetto all’utente; - l’adattamento e la personalizzazione della tecnica volta per volta;

- l’accoglimento delle proposte del soggetto che vengono anche ampliate ed arricchite in uno scambio reciproco tra utente e musicoterapeuta.

La Musicoterapia è una forma di educazione alla sensibilità, alla creatività, all'auto consapevolezza e all'accettazione di sé. Sono tante infatti, le situazioni quotidiane in cui sia gli adulti che i bambini avvertono una sensazione di “crisi”, di difficoltà ed il bisogno di ristabilire l'equilibrio con sé stessi e con il mondo esterno.

La Musicoterapia lavora sulla relazione d’aiuto ed è un luogo in cui è possibile costruire uno spazio in cui incontrare se stessi esprimendo le proprie emozioni qualunque esse siano, confrontandosi con i gli aspetti più profondi e sperimentare diverse abilità per promuovere l'auto consapevolezza e mantenere o ritrovare il benessere psico - fisico.

Il metodo di intervento musicoterapico a cui mi riferisco si basa sulla Teoria Estetica del Prof. Lorenzetti e al relativo Metodo Dinamico Trans-disciplinare (MDT).

Musicoterapia e DSA

Oggi, sempre più frequentemente si sente parlare di DSA.

DSA è l'acronimo con cui si intendono i Disturbi Specifici di Apprendimento. La Musicoterapia è uno degli interventi utili a migliorare sensibilmente le competenze del bambino con DSA. I Disturbi Specifici di Apprendimento interessano alcune specifiche abilità dell’apprendimento scolastico, in un contesto di funzionamento intellettivo adeguato all’età anagrafica. Sono coinvolte in tali disturbi: l’abilità di lettura, di scrittura, di fare calcoli. Sulla base dell’abilità interessata dal disturbo, i DSA assumono una denominazione specifica: dislessia (lettura) disgrafia e disortografia (scrittura) discalculia (calcolo).

Secondo le ricerche attualmente più accreditate, i DSA sono di origine neurobiologica; allo stesso tempo hanno matrice evolutiva e si mostrano come un’atipia dello sviluppo, modificabili attraverso interventi mirati.

Vediamo tali disturbi più da vicino.

Dislessia: la sua principale manifestazione consiste nella difficoltà a leggere velocemente e correttamente ad alta voce. Tale difficoltà non può essere ricondotta a ragioni organiche quali insufficienti capacità intellettive, così come non è imputabile a cause esterne, a deficit sensoriali o ambientali, quale ad esempio la mancanza di istruzione. L'ipotesi più accreditata è che si tratti di una disabilità dell'apprendimento a trasmissione genetica.

Disgrafia: disturbo che coinvolge la scrittura, sia nella riproduzione di segni alfabetici che in quelli numerici; le cause possono appartenere ad un quadro disprassico o essere conseguenza di una lateralizzazione incompleta. Il soggetto trova difficoltà a riprodurre segni alfabetici e numerici. Trattandosi di un problema legato al grafismo, tale sintomo si rivela intorno alla terza elementare.

Disortografia: si parla di disortografia, quando il soggetto trova difficoltà a rispettare le regole di trasformazione da linguaggio parlato a linguaggio scritto. Come per la dislessia, le cause non sono imputabili alla mancanza di istruzione/esperienza o a deficit motori/sensoriali. La disortografia spesso si accompagna alla disgrafia che è un disturbo del ritmo neuro-motorio della scrittura. Il soggetto disortografico omette, sostituisce o inverte parti di grafemi o parole.

Disturbo specifico della compitazione ovvero, difficoltà nel suddividere in sillabe le parole, non è insolito che si associ a problemi di disgrafia ma generalmente non include la parte fonetica.

Discalculia: la prognosi è di tipo organico, geneticamente determinata, vale a dire una disfunzione cerebrale. Diverso dalla difficoltà procedurale nel calcolo scritto, si manifesta nel riconoscimento e nella denominazione dei simboli numerici, nella scrittura dei numeri, nell’associazione del simbolo numerico alla quantità corrispondente, nella numerazione crescente e decrescente.

Disprassia ovvero: incapacità di fare. Il disturbo riguarda la coordinazione e il movimento. Non si escludono problemi anche nel linguaggio. In altri termini la disprassia è la difficoltà a compiere gesti coordinati e finalizzati al raggiungimento di uno scopo. La disprassia può essere acquisita quale esito post-traumatico o attribuibile a mutazioni del gene FOXP2, si tratta in ogni caso di una patologia complessa, con complicazioni che vanno dal motorio al cognitivo.

Disturbo specifico del linguaggio: in questo caso l’acquisizione delle normali abilità linguistiche è disturbata sin dai primi stadi dello sviluppo. Tale disturbo non è attribuibile ad alterazioni neurologiche o ad anomalie di meccanismi fisiologici dell’eloquio, né a compromissioni del sensorio, ritardo mentale, neanche eventuali fattori ambientali sono alla base del disturbo.

Implicazioni cognitive in Musicoterapia: com'è noto, l'uso della musica a scopi terapeutici, fonda le proprie radici in un passato molto remoto, nonostante ciò la comunità scientifica ha ignorato tale pratica fino a tempi relativamente recenti, in quanto la pratica musicale è stata sempre ritenuta un'attività prettamente culturale, con connessioni di stampo biologico trascurabili. La rivalutazione è avvenuta grazie all'osservazione del numero di implicazioni cognitive coinvolte nell'evento musicale: la capacità attentiva, l'analisi delle strutture, l'operatività, la memorizzazione, la creazione di pensieri coerenti. Da ciò si deduce come sia stato necessario riconsiderare l'attività musicale non solo alla luce dell'aspetto culturale e umano, ma quale interessante e pertinente oggetto di speculazione scientifica, attraverso cui analizzare e valutare il funzionamento della mente. 

La nostra "normalità"

Ho dedicato la mia vita alla musica trascurando il sogno di diventare medico. Ho dunque forse fallito?

A questa domanda ancora non so rispondere perché continuo a ricercarmi e a ricercare una mediazione tra ciò che sono e ciò che desidero. Ecco perché la Musicoterapia. In essa ho trovato quiete, ho trovato il mio legame. Legame che mi ha subito riportata ad una realtà possibile, tangibile e soprattutto non in contraddizione con la parte istintiva che mi appartiene e che ho nutrito e custodito in tutti questi anni.

L’improvvisazione può coesistere, anzi utilizzerei un termine più appropriato, può convibrare con tomi di letteratura inerenti alla psichiatria.

Ed ecco che una sera per caso, guardando la TV, mi sono imbattuta in un film dagli attori sconosciuti ma la cui colonna sonora era così pregnante, evocativa, struggente ed a tratti coinvolgente da impedirmi di cambiare canale. Nella prima parte, il film era ambientato in Medio Oriente, i colori erano brillanti ed i contenuti dei dialoghi mi hanno immediatamente rapita. Il protagonista un goffo e buffo ragazzo, i suoi movimenti erano impacciati e ripetitivi: era affetto dalla Sindrome di Asperger. Divorai il film tutto in un fiato, cosi come si fa con i libri, e da quel giorno la mia curiosità per l’Asperger crebbe esponenzialmente.

Disturbo dello spettro autistico, disturbo pervasivo dello sviluppo, mi chiedo se forse queste meravigliose creature, rubricate alla lettera A del DSM V, non leggano e sentano ciò che noi snobbiamo con la nostra “normalità”.

Ah dimenticavo il titolo del film è: il mio nome è Khan e non sono un terrorista. Gabriella Lucia Grasso

Asperger e Musicoterapia

E’ sicuramente complesso parlare in modo dettagliato della Sindrome di Asperger o Disturbo di Asperger soprattutto non possedendo tutti gli strumenti medico -scientifici che mi faciliterebbero il compito. Ma proverò ugualmente a mettere a fuoco i punti cardine della sindrome, la sua storia, la sua evoluzione, il suo percorso trasformativo che negli anni è riuscito a fornire una più sincera e veritiera visione del disturbo grazie alle ricerche e agli interventi effettuati.

Generalizzare la sindrome di Asperger con il disturbo dello spettro autistico è probabilmente una negligenza che oggi non è più ammissibile. Offrire una specifica classificazione significa contribuire a focalizzare l’attenzione sull’individuo, è una chance nei confronti dell’aspetto riabilitativo che, un tempo non era considerato, ma ad oggi potrebbe essere l’unica soluzione per un sostanzioso miglioramento della qualità di vita del paziente.

Chiedersi se sia possibile mettere a punto un intervento significativo per una categoria diagnostica con uno status incerto come quello della SA è sicuramente proporre una via d’uscita. Il linguaggio corporeo ovvero i gesti, l’espressione facciale, lo sguardo e, il tono e l’accento della voce sono aspetti della comunicazione spesso sottovalutati.

Da ricerche effettuate emerge che soltanto il 7% del significato emozionale di un messaggio si trasmette attraverso le parole, mentre il 93% viene espresso tramite il linguaggio del corpo. Ecco perché la Musicoterapia può diventare un tramite relazionale tra il terapista e l'utente.

Ma l’arte in sé, che sia espressione corporea, musicale o plastico – pittorica non necessariamente è forza curatrice o rigeneratrice; è l’utilizzo che ne viene fatto che può trasformarla in una risorsa terapeutica. Possiamo chiamarla mediazione terapeutica. L’arte in generale e la musica nello specifico, diviene quindi un canale comunicativo alternativo alla parola, un codice che permette al paziente di raccontare il proprio mondo interiore.

Il codice genera il messaggio; il “come” in arte è spesso più importante del “cosa” viene rappresentato. Se una composizione ha un suo equilibrio armonico o è disarmonica e destrutturata, sono tutte indicazioni che fanno parte di una lettura artistico – formale che riconduce al mondo interiore di chi ha realizzato l’opera.

Dunque, la musica pare abbia un ruolo preponderante nello sviluppo dei bambini, non solo per quelli “sani”, ma anche e soprattutto per chi presenta una patologia a livello neurologico, fisico e/o psichico, come l’autismo o asperger.

Diversi studi hanno, infatti, dimostrato che il bambino affetto da tale sindrome, mostra una certa propensione verso la musica e che il suono e il ritmo possono migliorare la sua capacità comunicativa e il comportamento verso sè stessi e verso gli altri. Si è dimostrato che l'uso del paradigma suono, ritmo, movimento andrà a favorire e facilitare la relazione, l'espressione, la comunicazione, l'apprendimento, la motricità, l'organizzazione e altri rilevanti obiettivi preventivo-terapeutico-riabilitativi, soddisfacendo i bisogni fisici, emozionali, mentali, sociali e cognitivi.

La Musicoterapia aiuta i bambini autistici a gestire le emozioni

Al momento non sembra esista una cura per l'autismo, ma la musica ha il potere di aprire la strada a nuove forme di comunicazione nei bambini che ne soffrono: 1 su 100. Sulla relazione tra musica e linguaggio nei pazienti pediatrici con disturbo dello spettro autistico all'Irccs Fondazione Stella Maris di Pisa si è appena tenuto un convegno nel corso del quale si è riflettuto sui risultati di Time-A, uno studio internazionale pubblicato sul Journal of the American Medical Association che ha valutato l'efficacia della musicoterapia, e in particolare dell'improvvisazione musicale, su 364 bambini autistici di 4-7 anni di 9 Paesi tra cui il nostro.

L'IMPORTANZA DI IMPROVVISARE:

"Nei bambini che hanno partecipato al progetto, è aumentata la motivazione sociale, mentre sono diminuiti i manierismi autistici, i movimenti stereotipati e ripetitivi. È migliorata anche la regolazione emotiva che è una premessa per lo sviluppo delle abilità di interazione sociale. E l'effetto è stato più evidente nei casi in cui è stato possibile 'improvvisare' insieme al musicoterapeuta brevi brani musicali, il che è indice di una migliore sintonizzazione affettiva". ·

IL MUSICOTERAPEUTA È UN MUSICISTA: la musicoterapia usa la musica per costruire una melodia con chi ha difficoltà di comunicazione, bambini ma anche adulti, autistici ma anche affetti da altre malattie. "È un dialogo fatto di suoni, di note musicali, che si improvvisa. Non è una lezione, non c'è nulla di precostituito, un po' come accade a volte nel jazz". E il musicoterapeuta non è uno psicologo che si improvvisa musicista ma un musicista che ha seguito un'opportuna formazione sia musicale che clinica, e che lavora all'interno di un team specialistico, come è avvenuto nel Time-A.

UNA PERSONA SU 100:

l'autismo è una malattia dello sviluppo del cervello multifattoriale: le cause sono diverse e di diversa natura, ambientale e genetica. È affetta da disturbi dello spettro autistico circa 1 persona su 100 - "in base a dati epidemiologici internazionali, nel nostro Paese non abbiamo dati certi e definitivi". Ma se i numeri non sono sempre certi, è certo che il numero dei casi di autismo è in crescita nel mondo, perché è migliorata la capacità diagnostica e la sensibilità nei confronti di una patologia che include un'ampia eterogeneità di quadri: nelle persone che ne sono affette, il grado di abilità intellettiva e comunicativa è molto variabile e spazia da una compromissione grave ad abilità cognitive non verbali anche superiori alla norma: "Sono i cosiddetti talenti, per esempio ci sono bambini con capacità di percezione dei particolari e capacità grafiche notevoli o anche con notevoli talenti musicali". Di autismo non si guarisce, ma la diagnosi precoce che è possibile già nei primi due anni di vita, e di conseguenza l'intervento precoce sono strumenti importanti. È in questo contesto che va inserita la musicoterapia "che può contribuire a migliorare la vita di chi soffre di autismo e delle loro famiglie".

(Filippo Muratori, associato di neuropsichiatria infantile all'università di Pisa, responsabile della Psichiatria dello sviluppo di Stella Maris, e co-autore della pubblicazione ospitata da Jama).

"La dimensione estetica" Prof.Loredano Matteo Lorenzetti

I nostri giorni vedono le arti-terapia senz’altro arricchite di molti contributi teorici diversamente orientati, di tante esperienze, d’una moltitudine di declinazioni pratiche. Ciò, tuttavia, in una – almeno apparente – assenza di quell’auspicabile dialogo e confronto che possa rendere ragione al genere di sviluppo che si è avuto. A mio personale avviso, quale promotore sin dai primissimi anni ’70 delle arti-terapia in Italia (in particolare dapprima la musicoterapia e successivamente la danzaterapia e l’eidoterapia), c’è necessità d’affrontare lo stato attuale di questo settore in modo profondamente interrogativo, al fine di poter rilevare esattamente la conoscenza raggiunta e promuovere un pensiero che possa trovare i tramiti per mettere in comune quanto è stato acquisito, piuttosto che far risaltare le divergenze.

Un pensiero del dialogo positivamente reso, indispensabile perché questo settore possa dare i migliori frutti.  A seguito alle ricerche e alle sperimentazioni da me svolte (dal 1973 al 1998 in qualità di coordinatore della Sezione di Psicologia delle arti, interna all’Istituto di Psicologia della Facoltà medica dell’Università di Milano, di quelle attuate (dal 1975 al 1980) in qualità di coordinatore della Sezione di psicopedagogia della musica al Corso di Composizione elettronica al Conservatorio “G. Verdi” di Milano e della collaborazione (dal 1975 al 1994) con la Sezione Musica del Centro Educazione Permanente della Pro Civitate Christiana di Assisi e del lavoro svolto in qualità di coordinatore scientifico del settore della arti-terapia (dal 1978 al 1998) presso una ASL milanese e alla funzione di coordinatore scientifico (dal 1984 al 1998) del progetto “Uomo-Arte-Terapia” della Provincia di Milano, ho potuto elaborare – e più volte verificare – una “Teoria estetica dell’esperienza e della conoscenza” (1978-1981) coerentemente declinata in un metodo, denominato “Metodo dinamico transdisciplinare” (siglato con: MDT). Una teoria e un metodo d’approccio allo studio della persona, all’aiuto formativo della personalità e all’intervento sulla persona in qualsiasi condizione di difficoltà per migliorare la qualità della sua vita.

E anche una teoria e un metodo che si sono dimostrati di particolare elettività nelle applicazioni a carattere arte-terapeutico. Una dimensione particolare, infatti, che può essere presa in considerazione per indagare sulla persona è quella estetica. Essa riguarda quel genere d’esperienza-conoscenza carica d’emozione-affetto-cognizione che è sottesa a un tipo di aisthesis presente in ogni percezione, quale pensiero sensoriale pre-intuitivo, saturo di ‘qualità conoscitive. Il sentire, pensare, fare, essere, è influenzato da questa dimensione e, al contempo, da quella poietica e immaginativa, che concorrono a messe in forma (estetiche) dell’esperienza e della conoscenza, in continue progressive trasformazioni che riguardano la ricerca di significati.

Queste tre dimensioni (estetica, poietica, immaginativa) che attivano messe in forma dell’esperienza attraverso trasformazioni che interessano la ricerca di significato possono essere rintracciate nello stesso funzionamento della mente(/persona) nel suo sviluppo. Mente/persona individualmente e intersoggettivamente intesa. Intesa in questa prospettiva la dimensione estetica può essere teorizzata per un verso come funzione epistemica dell’approccio conoscitivo della persona e al contempo quale chiasmo epistemologico che interconnette emozione/immaginazione/cognizione/trasformazione10, in grado di promuovere una ricerca inventiva di significato; per altro verso come componente essenziale delle condotte; per altro verso ancora come modalità declinante il rapporto persona/mondo. La risultante di questa scelta prospettica va nella direzione della formulazione di una tanto possibile quanto auspicabile teoria estetica dell’esperienza, della conoscenza e dell’esistenza, che renda ragione della stessa fondatività poietico-estetico-immaginativo-trasformativa dell’essere. Una teoria che può trovare sia dinamiche e pluriformi applicazioni nello studio della persona, sia applicazioni trasdisciplinari (nella prevenzione, nell’educazione, nell’integrazione, nella riabilitazione clinica e sociale, nella terapia), come nel caso – per esempio – del comparto arte-terapeutico. Inoltre questa teoria valorizza la base emozionale-immaginifico- sentimentale del pensiero. Una base poeitico-estetico-trasformativa che conduce a quel pensiero che ho definito: pensiero della bellezza.

Nei Quaderni (1982, 258) Simone Weil annota: “Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti”. Se la parola trova molti confini, fra i quali quelli del modo di essere pronunciati, di essere letti, conosciuti, interpretati, il silenzio sembra – almeno provvisoriamente, parzialmente – abolire l’orizzonte del dire e del dirsi, per dare accesso allo sconfinamento in un idioma particolare, intimo e universale, che è quello del silenzio. Un silenzio che può rendere ogni confine intersoggettivo una soglia, un tramite, un passaggio che inaugura l’avvertire l’altro in quell’altrimenti tutto particolare che promuove l’ambiguità, l’incertezza, la tensione conoscitiva del silenzio, come tensione desiderante un altro ascolto di sé e dell’altro. La persona per trovare un ascolto autentico sembra avere bisogno di un ‘altrimenti’ della stessa comprensione di sé che è rintracciabile nel luogo della possibilità di potenziali ascolti diversi da quelli dicibili, che è il luogo del silenzio. Il pensiero della bellezza è il pensiero dell’altrimenti delle cose, del mondo, dell’esperienza, della conoscenza, che ha in sé proprio questo idioma che oscilla fra il sorprendente e l’indicibile, fra lo stupore e l’ineffabile. In verità, per poter pronunciare qualche cosa su questo genere di pensiero occorrerebbe muovere dal suo contrario: dalla bellezza del pensare, dalla bellezza di quel particolare pensiero che si eleva sopra il banale, che rifiuta la banalità di un pensiero banale, che, piuttosto, sa avvertire tutta la realtà – ogni realtà – nella sua eccezionalità. Anche in questa operazione del pensiero si tratta di cercare nuovi confini del pensare: pensare contro il pensiero routinario, pensare l’impensato e l’impensabile, pensare nella tensione amante – appassionante – lo stesso pensare… In filosofia Simone Weil rende la bellezza al di sopra dell’intelligenza e addita a un tipo di pensiero estetico, quale quello poetico, fondamentale per lo sviluppo della persona come un bisogno primario pressante quale quello del nutrirsi.

Nel testo La condizione operaia (1994, 285), Weil precisa che “il popolo ha bisogno di poesia come di pane”, ma non di “poesia racchiusa nelle parole”, il che significa rendere la poesia nella vita: fare della vita poesia, opera d’arte, destino di bellezza. Cioè che “sia la poesia sostanza quotidiana” dell’esistenza. In questa prospettiva bellezza e vita rimandano l’una all’altra, animandosi a vicenda. In tale reciprocità è collocabile l’asserzione di F. Dostoevskij che la bellezza salverà il mondo. Forse il pensiero della bellezza orienta l’uomo nella qualità della propria intelligenza, e nell’uso che può farne, per salvare se stesso e il mondo. L’uomo infatti ha un destino di bellezza che è chiamato ad assolvere al fine di rendere migliore la qualità dell’esistenza propria, altrui, collettiva. Se la bellezza è superamento, oltrepassamento, dell’intelligenza, vuol dire che la dimensione estetica in essa racchiusa ha un potenziale notevole per rendere lo stesso sentire e pensare in modo particolarmente, squisitamente intelligente.

La dimensione estetica dell’esperienza, della conoscenza e dell’esistenza è, in realtà, attivata sin dall’inizio della vita di ciascuno ed è individuabile nell’incontro del piccolo con la madre. Ce ne parla, per esempio, D. Meltzer (1981) nel suggerire quanto la madre possa essere per il piccolo nato un’esperienza d’intensa, emozionante bellezza che lo travolge e in qualche modo lo sconcerta, facendogli vivere un “conflitto estetico” fra aspetti esteriori della madre quali possono essere i capezzoli, gli occhi, il sorriso e via dicendo, per lui piacevoli e rassicuranti, e altre condotte della madre che non conosce e lo turbano, come l’allontanarsi della madre o i tanti cambiamenti delle espressioni del volto di lei in risposta a una diversità di emozioni che può sperimentare; comportamenti che al piccolo sono del tutto ignoti e difficili da vivere, al punto tale da provocare in lui un conflitto estetico dovuto al duplice aspetto dell’esterno della madre e del suo interno. Meltzer spiega questa enigmaticità di cui è portatrice la madre nel vissuto del suo bambino in quanto quest’ultimo è come se approdasse improvvisamente in un paese strano, fatto di una lingua, d’immagini, d’una varietà di modalità espressive che non conosce. Ma pure nel vissuto della madre è ravvisabile una sorta di enigmaticità (Lorenzetti, 2003) – e più estesamente in entrambe le figure genitoriali – allorché ella vive lo stupore intenso delle sue prime relazioni con il proprio nato che seppure cariche di bellezza, talvolta sono anche cariche di difficoltà a capire l’interno del proprio piccolo, cioè quello che talvolta egli sta vivendo con manifestazioni ai genitori incomprensibili.

Dunque la bellezza come matrice dell’inizio della vita si fa matrice dell’origine dell’esperienza di contatto con il mondo, quando questo avvio del rapporto non è messo a repentaglio da qualche particolare circostanza. Ma essa è anche un’esperienza interrogante, che spinge al desiderio di conoscenza. Che questa dimensione estetico-enigmatica sia collocabile nelle prime relazioni sé/mondo sembra avere un’implicazione estremamente interessante: l’esistenza di un campo esperienzale relazionale estetico come campo nel quale s’accende e dal quale si mette in moto una tensione conoscitiva. In tale linea l’ esperienza-emozione originaria di bellezza tendente all’approfondire la conoscenza che essa interroga, partecipa in maniera fondamentale alla relazione ed è matrice di ogni forma di messa in forma delle relazioni, in senso più allargato e generale: delle relazioni fra persone, vissuti, realtà, percetti, simboli, significati. Ma poiché questa stessa esperienza estetico-estatica-enigmatica di bellezza- conoscenza, che è piena di pathos, è pure esperienza d’ulteriorità di conoscenza, essa è portatrice di mutevolezza, di novità, di cambiamento della conoscenza stessa. Assumendo questa prospettiva, il pensiero della bellezza è pensiero che invita alla ricerca di conoscenza, all’apertura alla trasformazione della conoscenza, a nuove messe in forma di conoscenza. Pertanto la bellezza e l’emozione non sono da intendersi solo come dimensione estetica propria dell’origine della vita mentale, ma anche come quella che impronta la vita relazionale, l’intersoggettività. Personalmente ritengo, come vado sostenendo da trent’anni, che la dimensione estetica dell’esperienza, della conoscenza e della vita è dimensione che inaugura l’ovunque della conoscenza, promossa da quella tensione amante che è favorita, modulata, organizzata da quel pensiero della bellezza che è interrogazione inesausta dei significati di ogni genere di relazioni. Winnicott (1990) sottolinea l’importanza del “vivere in modo creativo” come capacità – specifica dell’inizio della vita e dello sviluppo infantile – di creare il mondo, in un’esperienza di vivezza di sé, di sentirsi esistere. Questo protagonismo inventivo del bambino è dovuto a una madre che permette al suo piccolo di illudersi di essere il creatore del mondo. Direi che è come se nel rapporto primario madre/bambino s’instaurasse un efficace particolarissimo aiuto della madre a far vivere al proprio piccolo l’esperienza meravigliosa dello scoprire il mondo inventandolo e dell’inventare il mondo scoprendolo. In tal modo il bambino sperimenta la bellezza di un pensare vitalmente inventivo. A fondamento del sentirsi vivo c’è la sensazione positiva, costruttiva, di quel tramite che conduce al mondo e al significarlo che proviene dall’aver potuto agire nel mondo da creatore, provando quella bellezza dell’essere, pensare e fare che deriva dal tentare d’inventarsi e d’inventare la realtà, in una continua scoperta di sé e del mondo. Nell’ultimo quaderno, Simone Weil annota che “la bellezza del mondo non è distinta dalla realtà del mondo” (1993, 371). Tale indistinguibile può essere ravvisato come la stessa fonte del pensiero della bellezza, in quanto pensiero che non può eliminare nulla, ma solo accogliere, integrare, trasformare…

Essa è portatrice di significati dell’esistenza, perché “in ogni bellezza c’è contraddizione irriducibile” (Weil, 1988, 88). La bellezza, quindi, da un lato aiuta a leggere la contraddizione e dall’altro a viverla come arricchente, poiché il nostro pensiero pur tentando di sbarazzarsene non riesce a farlo, in quanto fa parte del reale. Sopprimendola si falserebbe il reale senza riuscire più a conoscerlo così come si presenta mentre l’uomo ricava conoscenza ineguagliabile proprio dal sapere sfruttare virtuosamente le contraddizioni. Weil afferma che “il bello è l’unico criterio di valore nella vita umana” (1982, 191) e subito aggiunge che tale criterio di valore “è il solo che si possa applicare a tutti gli uomini” (ivi). E non può essere che così perché ogni uomo è sensibile al bello e perché esso tocca e buca l’intelligenza, oltrepassandola. In questo oltrepassamento il pensiero è trascinato in un pensare vertiginosamente al di là del consuetudinario. E’ inoltre il solo criterio perché riempie la vita di vitalità così che la bellezza vitalizia il pensare e l’essere dando senso di pienezza alla vita17: “l’esistenza piena e la bellezza si confondono”, (1985, 262).